Novembre (lontano)

La finestra spalancata,

Con il vento e la neve –

Voci straniere: s’arrampicano,

Affondano nella carne le radici.

Una domanda: “Chi mai

Potrà ancora tradurmi?”

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Per A. (1914-2018)

È troppo avventurosa la vita
Del signor Antoni, perché io possa
raccontarla; affonda i piedi
In una Storia che noi, nipoti,
Pur ancor contaminati nel sangue,
Solo ciecamente possiamo narrare.
Dirò allora ciò che so: che ancora soldato
Non un proiettile ma Amore
Lo colpì, e da ormai settant’anni si amano;

Settant’anni e lo schianto
Di una sfregiata Europa, quando ancora
Tremava la terra e la rivoltavano
Edificando sui morti.
Settant’anni che attraversarono
Nel tempo e nello spazio, quando
tracciarono un cerchio nell’Oceano
(andavano a nascere via da là
dove nascere non si poteva).

Altro non posso dire, di una vita così,
Se non questo (il dovere
d’una memoria altra me lo impone):
Che attraverso settant’anni e più
Si amarono e si conobbero
Al tramontare di quella guerra dell’odio,
E lui ancora dopo tutto quel tempo
La tiene per mano.

Messaggi in bottiglia dall’altro capo del tempo

Hotel California – Eagles

Oggi alla radio è partita questa canzone, e all’improvviso nella mente si è attivata una catena di ricordi impolverati: le lunghe estati in Sardegna (sembravano eterne ma anche troppo brevi quando era ora di tornare a casa), i viaggi in macchina con i finestrini abbassati e l’odore fresco ma pungente del mare e della macchia mediterranea. I nonni che mi vergognavo ad abbracciare, nonostante mi legasse a loro il colore della terra che avevano negli occhi, quella bruciata dal sole per cui loro avevano sudato una vita e su cui io cadevo con le ginocchia, ascoltando in lontananza il richiamo sordo delle radici.

Avrò avuto cinque o sei anni, la vita e il mare mi sembravano tanto belli quanto sconfinati, incontenibili. Già allora intuivo di non poter contenere tutta la vita tra le braccia, e sentivo che persino quelle estati così profumate un giorno sarebbero sfuggite nell’oblio, irrecuperabili. Fu proprio lì, con la fronte appoggiata al finestrino e il CD degli Eagles che si intervallava a quello degli U2 (il preferito dei miei genitori, quando erano innamorati) che decisi di lanciare a me stessa il messaggio in bottiglia che oggi accolgo con gratitudine dall’inquieta me bambina: prendi questo frammento di tempo e salvalo. Annusa questo momento e conservalo in ogni dettaglio, forse un giorno ritornerà.

Se non puoi fermare il fiume, raccogli il sasso più bello e salvalo dalla corrente. Raccogli l’odore del mare e del rosmarino, l’immagine di tuo padre che appoggia la mano sul ginocchio di tua madre e di lei che gli sorride.

Raccogli il coraggio di darsi un bacio accanto ad un fiume che scorre e minaccia.

 

Ricordi di Maggio (e i papaveri sui binari)

Ci sono giorni di primavera
Sterile, quando
L’azzurro una nuvola
Eclissando, ricordiamo
Che anche a Maggio fiori
E uomini appassiscono. Quando
Tutto questo germogliare
Stupido è una farsa
E i miei perché
Continuano a sfuggire.
Che fui felice lo ricordo
(Sembrano mesi ma forse
Solo giorni),
Ma come non so dirlo.
Questi giorni in cui capisco
Che forse dalle fasulle primavere
Possono salvarmi proprio questi
Miei insignificanti
Versi; che forse è vero,
Nulla ha senso, ma questo dolore
Sporco in versi è trasparente
Fuori di me si fa specchio e ponte
E ci riconosciamo fratelli noi
Che prima non ci capivamo…

(8 Maggio 2016)

Di amore, vita, sangue

(…)
Grida, strilli, cacofonie,
Corsa, pianto, macchia, schizzo
fuori fuoco;
L’amore solo se fa male
E dai baci gocce
Di sangue distillate sulla lingua,
Vodka, limone sul taglio delle labbra,
E si fotta l’oro e la sua mediocrità
Sia ruvido il mio verso opaco
Torbido fangoso. Addio alla sciocca
Perfezione della rima, sia unta come carne
La parola, che sono menzogna i segmenti
Netti degli oggetti.

(19 Ottobre 2017)

Vita, sorella mia

 

Vita, sorella mia, pensavo di averti capito e non era così,

quando mi mostravi l’amore senza fare promesse

(ed io quante ne feci, spergiura!),

quando ti appuntavo al petto, ape d’argento amuleto al terrore,

pensando di domare il tuo terrificante ronzio.

Felicemente non ti capivo quando mi lasciavi rotolare

Per le strade di una città straniera,

quando gettavo, cercandoti, le mani tra i rovi

e parole senza suono nascevano nel mio ventre.

Sempre non potevo comprenderti eppure sapevo

Che eri lì e vegliavi fuori d’ogni finestra

(eri con me all’infimo ostello e nell’appartamento comune,

vegliavi sull’azzurra stanza natia e forse proprio tu

bisbigliavi dietro la persiana in una casa di campagna,

anche quando mi credevo al sicuro).

Non ti capisco e non fermo, folle dea dai mille volti,

la tua incessante corsa, ma ti riconosco

sorella, e corro con te.

La bellezza in autunno (nel fango e tra le spine)

Ancora bruciano rosse sulle mani le ferite
Delle ortiche nel giardino di Jasnaja Poljana.
Cercavo di cogliere (i piedi incerti
Sulla discesa fangosa dell’autunno)
La più brillante foglia del bosco di fronde antiche.
Lecco dalle dita il sangue e ricordo:
Sapore di tè nero e umida terra,
Bacche dal magico nome slavo e muschio;
Annuncio di prima neve.
La bellezza respira e si annida
Nel fango e tra le spine.